mercoledì 19 aprile 2017

Quando il servo si affeziona al suo padrone


Quando il servo si affeziona al suo padrone, egli è disposto persino ad uccidere i suoi fratelli. E' per questo che succedono le guerre. La guerra è il linguaggio dello Stato! La guerra non è affatto il fallimento della politica, come sempre ci viene raccontato (ah, quante favole!), ma è il suo potenziamento, il suo completamento, la sua estensione naturale. Lo Stato è anzitutto un'idea militare. 
Ma prima di uccidere o far del male ai suoi fratelli, il servo ha bisogno di qualche pretesto affinché non consideri più fratelli quelli che è disposto ad uccidere, ma suoi nemici. I pretesti a questo scopo sono diversi, dall'idea stessa di confine nazionale, a tutta una serie di classificazioni e incasellamenti, divisioni tra 'buoni' e 'cattivi'. L'importante, per lo Stato, è dividere i popoli per mezzo di qualsiasi cosa. 
Si inizia dai bambini con le squadre sportive e i piccoli conflitti dati dalla gerarchizzazione familiare, poi ci sono le classificazioni scolastiche (le più efficaci a livello inconscio, quindi le più tenaci e durature), poi le etichettature anche di tipo professionale (per esempio, la distinzione idiota tra un netturbino e un dottore, che pone idealmente e dogmaticamente il netturbino al di sotto del dottore come prestigio sociale), poi c'è il corporativismo religioso, sia quello spirituale, sia quello temporale (appartenenza al partito politico), fino alla più macroscopica delle divisioni, quella sociale delle caste. 
Lo Stato ha diviso i popoli in maniera minuziosa e totale. Oggi sono gli stessi divisi che perpetuano la loro stessa divisione, credono negli stessi valori del potere. Ma tutto l'orrore nasce non tanto e non solo da queste divisioni, ma soprattutto dalla non volontà di liberarsene e di unirsi tutti quanti per combattere lo Stato e i governi, che ci dividono. Il problema è dunque di tipo dogmatico, affettivo, culturale: è molto più forte la religione padronale della libertà! Com'è possibile questo? 
E' possibile perché chi detiene il potere e ci tiene divisi sa molto bene che l'essere umano, essendo un animale sociale, risponde all'istinto del gruppo, della comunità, ed è quindi disposto a qualsiasi sacrificio pur di difendere la comunità. Non è forse all'unità nazionale, alla 'sicurezza della nazione', che la classe dominante fa sempre appello quando si appresta a indicare come nostri nemici chi ci osserva da oltre confine? Quando ancora non esisteva lo Stato con le sue infinite divisioni istituzionalizzate, fino a circa 5 mila anni fa, gli individui potevano sentirsi parte di un immenso gruppo sociale: quello umano. Oggi non è più così, purtroppo, ma questo non può essere di certo un pretesto per rimanere in questo... Stato. Possiamo reagire.
Quindi, oggi, chi si affeziona a un partito, a una setta, a un gruppo divisorio qualsiasi, si affeziona con forza atavica ad esso e al suo padrone (un capo partito, un capo religioso, un allenatore di calcio, un dittatore...), e non sa più riconoscersi in quanto essere umano, universalmente umano, cioè membro di un gruppo molto più grande di una nazione che è la comunità mondiale di individui liberi, unici e irripetibili. Questa comunità mondiale, che se fosse priva di sovrastrutture autoritarie inculcate dovrebbe combattere chi la divide in mille modi, invece oggi cosa fa? insegna ai suoi stessi figli la cultura dell'appartenenza a un gruppo gerarchizzato, insegna la cultura della divisione sociale, dell'associazionismo spirituale e temporale. 
E' un tipo di cultura, quella di Stato, inculcata ad ogni livello, purtroppo, e fa in modo che gli stessi divisi difendano il sistema che li divide.
Quando uno sfruttato tende a fare la distinzione tra buoni e cattivi, tra gli stessi sfruttati, sia chiaro, mi si gela il sangue nelle vene. E questa distinzione succede ogni giorno, molto più spesso di quanto si possa immaginare, purtroppo. Pensiamoci. Ma attenzione, perché anche la predicazione di una unità di popolo può diventare, come è storicamente diventato e dimostrato, il pretesto per feroci dittature, di ogni colore. Unità sì, certo, ma un'unità fatta di liberi e unici, e sempre con l'obiettivo libertario di una vita senza servi e senza padroni. Il resto è solo e sempre inganno. Perché in fondo non ci sono che due partiti, quello delle persone libere che non vogliono essere governate e né governare, e quello di chi vuole governare tutti. Non c'è null'altro. E occorre scegliere.

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lunedì 27 febbraio 2017

Essere statalizzati a Mayotte: che fregatura anche lì!

Se uno guarda alla storia recente dell'isoletta di Mayotte, posta tra l'Africa e il Madagascar, si può rendere conto di che cosa vuol dire essere colonizzati da un'altra cultura, quella statale. Mayotte è diventata di recente (2011) un dipartimento della Francia, e da quel momento sono cominciati i veri guai per i nativi (che si son fatti fregare eleggendo dei deputati i quali hanno votato a favore della nazionalizzazione e contro l'autonomia dell'isola 40 anni fa circa), gli stessi guai che noi conosciamo molto bene, purtroppo, da secoli e secoli, e che molti di noi (quasi tutti) pensano scioccamente di risolvere con lo Stato, cioè con lo strumento che produce quegli stessi guai. Da quando Mayotte è diventata il 101° dipartimento francese, sono infatti comparsi lo sfruttamento, la disoccupazione, la criminalità, la povertà diffusissima, la corruzione politica, l'accentuazione delle differenze di censo, le classificazioni, i conflitti che ne derivano...  
Ma valgono forse di più le parole di un nativo: 'inutile enumerare tutti i problemi che toccano la nostra isola, ma bisogna viverci per rendersi conto che siamo ben lontani dallo sviluppo che avrebbe dovuto accompagnarsi alla dipartimentalizzazione dell'isola. Ogni nuova elezione si accompagna a nuove promesse politiche che, fino ad ora, non sono state mantenute e hanno fatto cadere l'isola nella miseria. Ci lamentiamo che la vita è cara quando invece i soldi che ci spetterebbero vengono rinviati al mittente perché qui, dicono, non si fanno progetti. Ci domandiamo se i politici conoscono veramente i problemi dell'isola. Di progetti ne abbiamo a tonnellate'. Per poter colonizzare in fretta questi nativi e scongiurare così il pericolo che possano rifiutare questa nuova cultura, lo Stato non può far altro che scolarizzare massicciamente e obbligatoriamente la popolazione, e così sta avvenendo (la scuola serve a questo). Nel frattempo, però, gli abitanti, distrutti e nauseati dal 'civile sviluppo statale' che sta introducendo molta violenza (spesso costruita ad hoc dalle amministrazioni poliziesche) continuano a protestare, e marciano per quella che ormai essi chiamano 'l'isola morta'.
Purtroppo il miraggio del benessere ad opera dello Stato e la scolarizzazione (oggi al 55% circa) funzionano anche a Mayotte, e siamo quindi di fronte a una popolazione che protesta, è vero, ma tuttavia la maggior parte di questa gente ormai lo fa chiedendo soccorso alle istituzioni, ed è proprio quello che lo Stato vuole e sta ottenendo. Si fa presto a fidelizzare un umano allo Stato, a disumanizzarlo, ma si fa una gran fatica, poi, a fargli capire il suo errore (ammesso che voglia capirlo), soprattutto quando passano varie generazioni. Insomma, a Mayotte stiamo assistendo a un vero e proprio cambio e scontro di culture, e purtroppo sta vincendo la cultura statale anche lì. Questo passaggio è interessante dal punto di vista antropologico, ma è tragico da quello meramente umano. Noi europei ci siamo passati 5000 anni fa circa.

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domenica 12 febbraio 2017

I postindignati del festival, e non solo del festival

La gente si indigna dei costi del festival, qualcuno ha fatto un calcolo: il compenso del presentatore è di 90 euro al minuto. C'è da indignarsi, certo. Però pensiamoci prima! Non creiamo il presupposto per l'indignazione postuma! Voglio dire, questi che si indignano, che sono massa, che cosa fanno in concreto? Come al solito, essendo massa, i postindignati sperano che qualcuno, ascoltando la loro lamentela, risolva il problema, che lo risolva al posto loro; insomma: 'lo stato risolva il problema con una legge', dice o pensa questa massa, quando invece è sempre l'azione diretta e anarchica che paga, fuori dalla legge, cioè dentro il buon senso. Infatti è appena sufficiente non guardare il festival per eliminare il problema alla base, completamente, definitivamente.  Così come è appena sufficiente non farsi servi per non avere mai più padroni e ingiustizie correlate. Ma finché si continua a sperare che qualcun altro agisca al posto nostro, e che lo faccia addirittura per fare i nostri interessi, vuol solo dire che il primo vero male da combattere in questa società è il tipo di cultura imposta e alla quale siamo ancora troppo affezionati. Descolarizzare la società, sembra dire qualcosa di blasfemo, è invece una priorità assoluta, un'esigenza fondamentale.

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domenica 5 febbraio 2017

Il conformista delegante

foto di Scuola Libertaria
Il conformista adattato e scolarizzato, il cittadino perfetto, il votante delegante, quella specie di ameba sociale incapace di reagire contro il potere (che invece adora, anelandolo), che non sa neanche badare autonomamente alla propria vita tanto da volere padroni in ogni angolo, lo si riconosce facimente sia perché rappresenta il 99,999% della massa, sia perché si altera sempre quando qualcosa non combacia col modello morale e politico che gli è stato inculcato fin da bambino. Il conformista si incazza terribilmente quando qualcuno è fuori dallo schema imposto (obbedisci, produci, competi, crepa). Il conformista è disposto a difendere il modello culturale dominante anche con il suo sangue, e lo fa, perché a quel modello egli ha aderito dogmaticamente, fino a diventare egli stesso il modello che tutti gli altri devono perciò imitare, figli in primis. Il conformista si sente sempre nel giusto, non c'è modo di convincerlo che sta sbagliando, neppure facendogli vedere i suoi errori reiterati nella storia. E che storia! Errori che il conformista, che è sempre un conservatore per definizione, continua a commettere, perché se è vero che per il conformista la guerra e i tormenti sono cose da evitare, è anche vero che per lui esistono sempre una guerra giusta e dei tormenti più che doverosi, ma solo quando è il suo padrone a volerli. Il conformista obbedisce al padrone, lo fa sempre, non sa dirgli di no. Il conformista il padrone se lo cerca, se lo costruisce, se lo nomina, se lo elegge. Non sa pensarsi libero, non sopporta neppure soltanto l'idea della libertà, né quella propria, né quella altrui, ne è terrorizzato. A scuola ha imparato ad essere un perfetto adattato a questo tipo di società, qualcosa di diverso lo terrorizza, lo combatte in ogni modo. Il conformista è consapevole che le cose vanno male, ma a questo male oppone sempre i suoi non-rimedi, che sono le riforme, il male non sa proprio eliminarlo, vuole semmai riformarlo, perciò crede ad ogni padrone che gli prospetta dei finti cambiamenti sottoforma di riforme. L'eliminazione totale della causa dei mali (lo Stato) è un provvedimento risolutivo che il suo cervello non è in grado di concepire, sarebbe come fargli immaginare una vita libera. Meglio morire, dice. Infatti crepa di schiavitù.

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venerdì 27 gennaio 2017

Il sentiero verso la libertà

Non si può creare un nuovo sentiero nel bosco fintanto che non si comincia a percorrerlo. I sentieri si possono formare soltanto in questo modo: percorrendoli. All'inizio ci saranno rovi, ma più si cammina e meno rovi si avranno. Chi si astiene dal percorrere nuove strade, e non contribuisce così alla loro formazione, o è felice della vecchia e dolorosa strada, o ha paura di qualcosa di diverso. Prendiamo questi due casi. Se una persona è felice della vecchia strada, una strada che ha sempre dimostrato di essere sterile e malvagia, non dovrebbe lamentarsene, mentre invece io sento lamenti che mi giungono in continuazione da questi viaggiatori che in realtà non viaggiano, ma ripetono noiosamente un cammino di schiavitù essendo convinti che sia libertà. Se invece la persona ha paura di qualcosa di diverso, questa persona ha seri problemi psicologico-culturali che sono soltanto suoi, sono suoi fantasmi, e dovrebbe porvi rimedio. Non si possono congetturare pericoli sulla base di pregiudizi, magari messi in testa da chi ha tutto l'interesse che si cammini sempre e soltanto sull'unica strada. E non si possono nemmeno ipotizzare dolori su una strada che non si conosce quando per cinquemila anni si è percorso un calvario costante e straconosciuto. Non c'è bisogno di scomodare analisti e cervelloni vari per capire che tutti quelli che denigrano o rigettano a priori qualcosa che non conoscono stanno soltanto difendendo e perpetuando qualcosa che ormai da troppo tempo il buon senso suggerisce di distruggere, abbandonare, cancellare.

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